vendredi, 15 décembre 2017|

4 visiteurs en ce moment

 

Montaigne. L’uomo plurale

MONTAIGNE. L’UOMO PLURALE.
MARIONETTE CLIMATICHE

La rappresentazione analitica di Montaigne fa risaltare l’unità di corpo e anima attraverso la descrizione della profondità prospettica, cioè delle infinite sfaccettature, simultaneamente considerate, dell’uomo collocato nello spazio considerato come qualcosa di positivo che lega le cose fra loro, facenti parte di un medesimo movimento.
Nell’epoca di Omero il corpo dell’uomo viene concepito, come dice il grande filologo tedesco Bruno Snell, « non come unità ma come pluralità » ; « gli uomini omerici, [precisa Snell], hanno avuto anch’essi un corpo come i Greci dell’epoca più tarda, ma non lo sentivano come un “corpo”, bensì come un insieme di membra », un insieme di guia (« membra in quanto mosse dalle articolazioni »), o di melea (« le membra in quanto ricevono la forza dai muscoli ») [Bruno Snell, pp. 25-28]. Il corpo, dunque, veniva costruito mettendo insieme in modo articolato le singole parti molto chiaramente distinte le une dalle altre (« le articolazioni vengono accentuate in quanto sono particolarmente sottili, mentre esageratamente grosse sono le parti carnose » [Bruno Snell, p. 27]).

Figura 1: Atleti con giavellotti e allenatori. Dettaglio.
Anfora con figure. Attica. nereBlack-figure amphora. Attic. Opera dello “Swing Painter”. Creta, Circa 530 a.C. Altezza 39,5 cm. Inv.
By the “Swing Painter.”
no. Б. 1485 (St. 50, Б. 180).
Saint-Petersburg, The State Hermitage Museum.

I Greci dei primi secoli non concepiscono il corpo come unità, né nell’arte plastica né nella lingua che ricorre a verbi che colgono le varie attività nella loro forma empirico-evidente, cosicché essi si formano secondo i modi intuitivi dell’attività considerata (nel caso dell’attività del “vedere”, per esempio, vi sono verbi che volta per volta ne esprimono una particolare forma intuitiva : vedere spalancando la bocca, guardare qualcosa di lucente, avere qualcosa di minaccioso dinanzi agli occhi, ecc.). Allo stesso modo, anche quando un uomo primitivo vuole fare una descrizione precisa di un uomo, egli indica prima di tutto quello che colpisce l’occhio, cioè le diverse membra secondo un’ottica descrittivo-coreografica. Mentre l’arte classica rappresenta l’unità organica del corpo umano ; quella greca primitiva ne rappresenta la mobilità e l’incircoscrivibilità definitoria. Analogamente alla logica greco-primitiva, Montaigne descrive attraverso un nudo e crudo occhio coreografico. Lo scrittore bordolese supera il filtro della lente sociale di appartenenza, oltrepassa la sintassi del proprio cosmos natìo : egli descrive senza definire un uomo fatto di pezzi, ognuno « al suo posto » [II, 6, 488], quindi inscindibili gli uni dagli altri, ma facenti ognuno son jeu à part (« ogni pezzo, ogni momento va per conto suo » [II, 1, 435]). L’agire dell’uomo, dice Montaigne, « non sono che frammenti messi insieme » [II, 1, 434] ; pezzetti senza ordine alcuno, rispondenti ad una Natura distributiva, a carattere addizionale.
Il corpo omerico-primitivo, inoltre, deve il suo carattere articolato alla spinta propulsiva di passioni-Titani che frantumano ciò che trovano lungo il loro passaggio ed il cui elemento dominante è il thymos. Esso è una forza cosmica che abita l’eroe omerico provocandone un’esplosione fisico-e-motiva (da e-moveo, cioè che disloca) che si verifica nei paraggi del corpo. E, tale esplosione è la medesima espansione deformante-diramante dell’uomo che Montaigne dipinge nei Saggi mediante l’esplorazione del corpo, per l’appunto, cavo e vuoto, cioè illimitatamente descrivibile. « Ducimur ut nervis alienis mobile lignum. Noi non andiamo ; siamo trasportati, come le cose che galleggiano, ora dolcemente, ora con violenza, secondo che lʼacqua è agitata o in bonaccia » [II, 1, 429]. Montaigne, in opposizione ad un modello di Natura collettiva, dipinge l’uomo, nell’unità di corpo e anima, penetrandone ed esaminandone a fondo « le articolazioni e diramazioni » [III, 2, 1068].
La descrizione dei Saggi, dunque, rappresenta la mobilità del corpo umano costituito da un assemblamento di membra articolate in una diramazione continua avente un centro sempre scentrato, una diramazione deforme.

Una ‘climatica’ pioggia atomica si abbatte sulla prospettica intersegazione albertiana laddove nulla può essere definito e rifinito, ma solo descritto coreograficamente con la penna intrisa di fango e segni incoativi : ad ogni ripresa dell’autoritratto il nuovo pezzetto non combacia con gli altri a regola d’arte, ma si aggiunge ad essi con uno scarto, lo scarto dell’imperfezione umana, lo scarto che accompagna ogni effettuazione dal momento che l’uomo non vede il tutto di nulla (l’origine, il tutto non si vede : « Ridiculum e requirere principia easdem habere qualitates quas res quas gignunt & ex seminibus sapientibus ridentibus disertis tales homines gigni [1]." La visione intera di tali pezzetti atomici che a mano a mano si addizionano tra loro sfasati, sregolati, è doppia. Il saggio Delle Carrozze è simbolo magistrale di tale ‘effetto visivo’, ma rispondente ad un disegno preciso. Si vede doppio, si vede un mostro : è la girardiana identità dei doppi che emerge, la symmetria del rapporto con l’altro, che è anche l’”altro io”. È la simmetria « dei giochi tragici della fortuna umana » [III, 12, 1398] che emerge, in cui i vari lopins trasportati dall’« inclinazione fortuita e molto leggera [2]" si confondono nel caos senza inizio né fine : « La disparità e lʼineguaglianza si valutano e si considerano solo nel momento in cui si comincia la lotta ; per il resto prendetevela con la fortuna » [II, 27, 924].

Tale simmetria si riflette nella natura thymoica propria dell’uomo, in balìa della violenza ‘climatica’ dello thyein (verbo che significa agire con violenza, scatenarsi) provocante l’oscillazione della « continua altalena » [III, 2, 1067] che è il caotico movimento del mondo. Alberti, fra il pittore e l’oggetto, frappone un’eidetica unità di misura, un immobilizzante velo intersettore ; Montaigne, per contro, elabora una studiata e profonda intercisione e-motiva in cui il clinamen epicureo è l’unità di misura, questa è l’armonia della Natura. L’uomo dipinto da Montaigne è una somma virtualmente infinita di pezzetti che fanno ognuno il proprio gioco. Nella nostra particolarità irriducibile facciamo tutti parte di un univoco movimento nell’« ingegnosa mescolanza di natura » [III, 13, 1430].


Figura 3  : Jose Guadalupe Posada, 'La Calavera Catrina,' circa 1910. Fotografia del Mexican Museum

« Noi non procediamo, vagabondiamo piuttosto, e giriamo qua e là. Passeggiamo sui nostri passi » [III, 6, 1207], liberi, non subenti un ordine esterno collettivo. Quello che si propone dinanzi agli occhi del filosofo impremeditato e fortuito è lo spettacolo di una tragica sticomitia di urti fra lopins ora vittoriosi, ora vinti, dove « il movimento che dà la vita non annienta quello che dà la morte, e reciprocamente [3]."

VALENTINA COZZI

bibliografia

Le citazioni dei Saggi di Michel de Montaigne sono tratte dall’edizione dei Saggi a cura di Fausta Garavini, Adelphi, Milano 20055. L’edizione di riferimento è quella curata da Pierre Villey e diretta da Verdun-Louis Saulnier, Les Essais, PUF, Paris 2004. Il primo numero romano indica il libro (I, II, III) degli Essais, il secondo numero arabo il saggio citato, il terzo numero arabo la pagina.

Jean Balsamo, Michel Magnien et Catherine Magnien-Simonin, Les Essais, coll. « Bibliothèque de la Pléiade », Gallimard, Paris 2007
Alain Legros, « Notes de lecture : Lucrèce, De rerum natura » in Montaigne, Les Essais
Bruno Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, tr. it. di Vera Degli Alberti e Anna Solmi Marietti, Einaudi, Torino 1979


[1[Alain Legros, « Notes de lecture : Lucrèce, De rerum natura », n° 351, p. 1207])

[2[Alain Legros, « Notes de lecture : Lucrèce, De rerum natura », cit., p. 1201, n° 254

[3[Alain Legros, op. cit., n° 299, p. 1204